Donne del '900: veicolo di cultura
L’immagine della donna ha sempre nella storia accompagnato il variare delle scritture ideologiche della realtà. Negli ultimi anni siamo arrivati a massacri iconografici, regressivi, in quanto un’impellente necessità di vendere spinge a utilizzare una corporeità della donna prima inibita, pur di fare promozione di merci e di comportamenti utili al mercato.
La bella addormentata è la donna che “piace e sta in casa” , è ben decorata in mezzo a fiori e merletti nello stile Liberty, che viene dal linguaggio dei Preraffaelliti. Una donna idealizzata, come la “Grande odalisca” di Ingres in cui disegno e colore steso per velature purificano il nudo.
Arrivano gli Impressionisti a scandalizzare con le loro donne che suggeriscono la realtà nella loro imperfezione fisica, colte in atti minimi, quotidiani, fin quasi alla deformità de “I mangiatori di patate” di Van Gogh.
Compaiono disegni, quadri e riviste che denunciano condizioni reali della donna: vestita di nero, curva, con bambini macilenti, sofferente e in miseria, che piange sul cannone di guerra. È un giudizio di netto contrasto coi Futuristi, che esaltavano la guerra “sola igiene del mondo”.
E arrivano le donne smagrite e sensuali di Klimt e Sciele. Il corpo viene fuori dalla custodia del vestito e del busto (causa di tante asfissie polmonari): è la cultura del corpo libero, su influenza del balletto russo. Gli architetti progettano abiti, li fanno larghi, legati a cerchi: è la cultura decorativa di Bruxelles (scuola di Van de Velde). Ma ci sono pittori come Cezanne, il quale raffigura la sua compagna come se fosse una credenza di cucina; e Picasso, nella sua fase cubista, fa donne che diventano un modo per indagare lo spazio, una funzione intellettuale.
